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L'Unione dei regni (1319)

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Privilegio dell’Unione dei regni di Aragona, Valencia, Maiorca e della Contea di Barcellona

La creazione e il carattere della Corona d’Aragona solleva da sempre problemi e vivaci discussioni storiografiche. Uno dei punti più controversi radica nella natura della “monarchia composita” (secondo la terminologia del professor John Elliot, ora universalmente utilizzata) della Corona d’Aragona. È stato scritto molto dagli esperti in materia. Oggi l’opinione più comune afferma che si trattò di un’unione dinastica di regni e principati eterogenei (Catalogna, Aragona, Valencia, Maiorca, Sardegna, Sicilia, Napoli, Rossiglione, Cerdagna e altri), uniti dalla condivisione di un unico sovrano e un’unica dinastia. Tuttavia, questo fatto in sé non spiega il motivo per il quale la Corona d’Aragona sia sopravvissuta durante danti secoli. Esistono motivi più profondi. Uno di questi è di carattere strettamente giuridico e stiamo per commemorarne il centenario.

Contenuto della disposizione

Il 14 dicembre del 1319, nelle Parlamento di Tarragona, il re Giacomo II detto il Giusto promulgò uno statuto, o legge, che per secoli fu di eccezionale importanza. Per giustificare la propria motivazione, nel preambolo il re e i giuristi si avvalsero dell’autorità del Vangelo, e della profezia di Gesù che affermava che “ogni regno diviso contro se stesso va in rovina” (Matteo 12, 25; Luca 11, 17). Per questo Giacomo II affermava che i regni dovevano permanere uniti e indivisi, perché la forza unita di molti fosse in grado di difendere meglio la giustizia, in assenza della quale i paesi cadono in disgrazia, e perché in questo modo, con la forza di tutti, gli abitanti potessero difendersi meglio dai nemici la cosa pubblica venisse preservata. E come già in passato i suoi progenitori, affermava il monarca, avevano cercato di separare i regni di Aragona e Valencia e la contea di Barcellona, con gravi danni, ora Giacomo II, per l’utilità e il beneficio dei suoi sudditi, ordinava che questi regni di Aragona e Valencia, e la contea di Barcellona, uniti nei loro diritti nel regno di Maiorca, e la contea di Rossellón e quella della Cerdagna e altri territori, restassero uniti in eterno sotto uno stesso dominio, senza poter essere separati in alcun caso e per alcuna ragione. Tra le varie misure, obbligava inoltre i suoi successori a giurare il rispetto di questo statuto nel momento in cui iniziava il loro regno, e dichiarava nulla qualsiasi eventuale disposizione contraria allo stesso. Infine, perché questa legge fosse eterna, il re ordinò che ne venissero redatte quattro copie, che dovevano essere conservate rispettivamente presso l’Archivio reale - attualmente l’Archivio della Corona d’Aragona - e presso i consigli municipali delle città di Saragozza, Valencia e Barcellona, per il regno di Aragona, di Valencia e il principato della Catalogna.

Contesto e significato

Questa legge promulgata da Giacomo II venne adottata in seguito a quanto accaduto dopo la morte di Giacomo I, detto il Conquistatore, che nel suo testamento divise i regni tra i figli. Situazione che si ripropose alla morte di Pietro III, detto il Grande, padre di Giacomo II. Precisamente alla fine del 1319 si stava affrontando una crisi politica di prim’ordine a causa della rinuncia repentina del primogenito di Giacomo II, l’infante Giacomo. Questo statuto introduceva un limite rigoroso alla volontà dei sovrani per quanto riguarda il modo in cui disponevano dei propri regni, e subordinava tale volontà a una norma legale a carattere irrevocabile. L’importanza derivava dal fatto giuridico che trasformava una mera aggregazione personale di regni e principati in un’ente politico sostanziale. Non era tutto dovuto a questa legge o statuto, tuttavia la sua approvazione contribuì in modo risoluto a dare una consistenza giuridica alla Corona d’Aragona, consistenza che non possedeva in precedenza.

Sebbene in senso stretto si trattasse più di uno statuto o editto, divenne famoso come “privilegio dell’unione” o di “non separazione” dei regni. Nell’epoca medievale ebbe una grande importanza. Pochi mesi dopo la sua promulgazione, che avvenne alla fine del 1319, vennero convocate le Parlamento di Saragozza, nel 1320, dal re Giacomo II perché prelati, ricchi, cavalieri, valvassori e procuratori delle città e dei villaggi del regno giurassero davanti al figlio, l’infante don Alfonso, in qualità di erede e successore alla corona, in seguito alla rinuncia dell’infante Giacomo. In questa occasione venne chiesto all’infante Alfonso di giurare il rispetto di questo privilegio. Alfonso, detto il Buono, confermò questo giuramento, come monarca, nel 1329, su richiesta delle Parlamento di Valencia. Da allora, fino a Fernando il Cattolico, tutti i re di Aragona hanno confermato giuramento e rinnovato il privilegio. Davanti alle Cortes, e su richiesta dei parlamenti. Nell’età moderna conservava ancora forza legale. Per questo venne incluso nei repertori di documenti elaborati su ordine di Filippo II tra il 1582 e il 1590, chiamati “Liber patrimonii regii”, conosciuti anche come “Mulasses”, redatti nell’Archivio alla fine del XVI secolo e nei quali sono indicate anche tutte le conferme realizzate dai sovrani fino ad Alfonso, detto il Magnanimo. Nel 1627, lo utilizzarono i deputati della Catalogna per opporsi alla richiesta presentata dalla città di Perpignano - in nome proprio e delle contee di Rosellón e Cerdaña - per “fare un Regno e Provincia a sé” e sottrarsi in questo modo dalla giurisdizione del viceré e del Consiglio Reale del principato della Catalogna, e dal pagamento delle generalità al Consiglio del Principato (Memorial o discurso hecho por el Principado de Cathalvña en respvesta de otro hecho por la villa de Perpiñan en su nombre, y de los Condados de Rossellon y Cerdaña, sobre la desunion y separacion de los dichos condados, que se pide à su Magestad, 1627).

Per la sua importanza, molti storici lo hanno considerato il fondamento giuridico dell’unione di Aragona, Valencia e Catalogna. Tra i primi, l’archivista Pere Miquel Carbonell, che lo citò insieme agli sponsali di Petronila con Ramon Berenguer IV, come documento funzionale della Corona (Chroniques de Espanya, Barcelona, 1546, foglio 45v.). Venne inlcuso nella raccolta legislativa valenciana intitolata Aureum opus regalium privilegiorum civitatis et regni Valentie, Valencia, 1515, fogli 63r-64r. Ne riconobbe l’importanza anche Jerónimo Zurita (Indices rerum ab Aragoniae regibus gestarum an initiis regni ad annum MCDX, Saragozza, 1578, pag. 234; tradotto come Gestas de los Reyes de Aragón, ed. A. Canellas López, Zaragoza, 1984, vol. 2, p. 47; e negli Anales de la Corona de Aragón, tomo VI, cap. XXXVI, ed. A. Canellas López, Zaragoza, 1978, vol. 3, pag. 133). O, per citare un altro esempio molto posteriore, lo usò José Morales Santisteban nella sua opera, Consideraciones sobre la organización política y social de España en los diferentes períodos de su historia (pubblicata da Eugenio de Ochoa, Apuntes para una biblioteca de escritores españoles contemporáneos, tomo II, Parigi, 1840, pag. 551).

Il privilegio nell’ACA

La matrice del documento si consolidò in un registro della serie Gratiarum di Giacomo II (attualmente, con la segnatura ACA,CANCELLERIA,Registri,NUM.217, fogli 224r-225r) e in un altro archivio, un libro di copia di tipo miscellaneo iniziato dalla Cancelleria nel 1291 per raccogliere i documenti di maggiore interesse per la monarchia (attualmente, con la segnatura ACA,CANCELLERIA,Registri,NUM.25, fogli 159v-160r). Nello statuto si ordinava la stesura di quattro esemplari perché fossero depositati presso l’Archivio Reale (oggi Archivio della Corona d’Aragona) e presso i consigli municipali di Barcellona, Valencia e Saragozza. Così si fece, secondo quanto indicano le note di registro della Cancelleria. Pere Miquel Carbonell vide la pergamena dell’Archivio Reale, secondo quanto egli stesso scrive nelle sue Chroniques de Espanya, Barcellona, 1546, foglio 45v (“de la qual unio hi ha recondite en lo Real Archiu de Barcelona un privilege ho instrument ab segell real pendent plumba e fermat per lo rey en Jacme segon, datum Tarracone nonodecimo chalendas januarii anno domini M.CCC. nonodecimo”), che tuttavia non è stata conservata. Nemmeno quella di Saragozza. Sono state conservate invece, sebbene sia andato perso il sigillo, quella di Barcellona, nell’Archivio Storico della Città (M. Cinta Mañé, Catàleg dels pergamins municipals de Barcelona. Anys 885-1334, vol. I, Barcellona, 2005, doc. 297, con la segnatura IA-289) e quella di Valencia (Archivio Municipale di Valencia, Privilegios de Jaime II, num. 16).

Trascrizione e traduzione parziale PDF

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